Egle ed Irene

Rossini, Gioacchino

Irene:

Quanta pietà mi desta

L'infelice sorella,

Quale d'amor tempesta

Terribile, funesta

A lei serbata ha quella

Che nascere la vide ingrata stella,

Ma... ecco, s'avanza...

Ahime! Destin crudele... Ah

Ah che tutto già sa Egle fedele.

Egle:

Dunque all'amato oggetto

Del caro affetto mio

Dar fra poco dovrò l'estremo addio?

Me sventurata; io sono

Da mille furie oppressa,

E in sì fiero martire

Altro scampo non v'è che nel morire.

Non posso, o Dio, resistere

Alla crudel sventura,

Sento che in me natura

E' vinta dal dolor.

Irene:

Germana!

Egle:

Addio!

Irene:

Ma dove i passi tuoi

Volgi da me?

Egle:

Nol so.

Irene:

Dirlo non vuoi!

Egle:

Chi saperlo desia?

Irene:

E' Irene, è quella

Che i più segreti voti

Conosce del tuo cor fida sorella.

Egle:

Ebbene... oh ciel!

Irene:

Ti spiega

Egle:

Sappia che parte Aminta,

E che senza il mio bene

Vivere non saprei. Aborro il giorno

Del mio natal; d'intorno

Non mi veggo che pene,

Ed il solo rimedio a tanti mali

E' il fuggir dalla vita e dai mortali.

Irene:

M'ascolta, non son questi pensieri

Degni di te, troppo funesti.

Deh! Conserva i giorni tuoi,

Egle amata al genitore,

Le sventure del tuo core

Raddolcire amor saprà.

Egle:

Consolare invan tu speri

Chi in sen nutre infausto affetto,

Non sperar che in questo petto

Torni ancor felicità.

Dammi l'estremo amplesso?

Irene:

No, che morir non dei?

Egle & Irene:

Placate, o sommi Dei,

La sorte mia crudel.

Egle:

Che insoffribile tormento

Irene:

Che terribile momento?

Egle & Irene:

Voi che amate, compiangete

Un'amica sì fedel.