Giunta alla tomba

Piero Benedetti

Giunto a la tomba, ove al suo spirto vivo

dolorosa prigione il Ciel prescrisse,

pallido, freddo, muto, e quasi privo

di movimento, al marmo gli occhi affisse.

Al fin, sgorgando un lagrimoso rivo,

in un languido: "oimè!" proruppe, e disse:

"O sasso amato ed onorato tanto,

che dentro hai le mie fiamme e fuori il pianto,

non di morte sei tu, ma di vivaci

ceneri albergo, ove è riposto Amore;

e ben sento io da te l'usate faci,

men dolci sí, ma non men calde al core.

Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci

prendi ch'io bagno di doglioso umore;

e dalli tu, poi ch'io non posso, almeno

a le amate reliquie c'hai nel seno.

Dalli lor tu, ché se mai gli occhi gira

l'anima bella a le sue belle spoglie,

tua pietate e mio ardir non avrà in ira,

ch'odio o sdegno là su non si raccoglie.

Perdona ella il mio fallo, e sol respira

in questa speme il cor fra tante doglie.

Sa ch'empia è sol la mano; e non l'è noia

che, s'amando lei vissi, amando moia.

Ed amando morrò: felice giorno,

quando che sia; ma piú felice molto

se come errando or vado a te d'intorno,

allor sarò dentro al tuo grembo accolto.

Faccian l'anime amiche in Ciel soggiorno,

sia l'un cenere e l'altro in un sepolto;

ciò che 'l viver non ebbe, abbia la morte.

Oh se sperar ciò lice, altera sorte!"