Combattimento Tancredi

Monteverdi, Claudio

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Combattimento Tancredi Libretto

Il Combattimento di Tancredi e Clorinda

Musica di MONTEVERDI

Testo: tratto dal GERUSALEMME LIBERATA di Torquato Tasso

Canto XII, 52-62, 64-68

Tancredi che Clorinda un uomo stima

vuol ne l'armi provarla al paragone.

Va girando colei l'alpestre cima

ver altra porta, ove d'entrar dispone.

Segue egli impetuoso, onde assai prima

che giunga, in guisa avvien che d'armi suone

ch'ella si volge e grida: - O tu, che porte,

correndo sì? - Rispose: - E guerra e morte.

- Guerra e morte avrai: - disse - io non rifiuto

darlati, se la cerchi e fermo attende. -

Ne vuol Tancredi, ch'ebbe a piè veduto

il suo nemico, usar cavallo, e scende.

E impugna l'un e l'altro il ferro acuto,

ed aguzza l'orgoglio e l'ira accende;

e vansi incontro a passi tardi e lenti

quai due tori gelosi e d'ira ardenti.

Notte, che nel profondo oscuro seno

chiudesti e nell'oblio fatto sì grande,

degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno

teatro, opre sarian sì memorande.

Piacciati ch'indi il tragga e'n bel sereno

a le future età lo spieghi e mande.

Viva la fama lor, e tra lor gloria

splenda dal fosco tuo l'alta memoria.

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi

voglion costor, ne qui destrezza ha parte.

Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:

toglie l'ombra e'l furor l'uso de l'arte.

Odi le spade orribilmente urtarsi

a mezzo il ferro; e'l piè d'orma non parte:

sempre il piè fermo e la man sempre in moto,

né scende taglio in van, ne punta a voto.

L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,

e la vendetta poi l'onta rinova:

onde sempre al ferir, sempre a la fretta

stimol novo s'aggiunge e piaga nova.

D'or in or più si mesce e più ristretta

si fa la pugna, e spada oprar non giova:

dansi con pomi, e infelloniti e crudi

cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

Tre volte il cavalier la donna stringe

con le robuste braccia, e altrettante

poi da quei nodi tenaci ella si scinge,

nodi di fier nemico e non d'amante.

Tornano al ferro, e l'un e l'altro il tinge

di molto sangue: e stanco e anelante

e questi e quegli al fin pur si ritira,

e dopo lungo faticar respira.

L'un l'altro guarda, e del suo corpo essangue

su'l pomo de la spada appoggia il peso.

Già de l'ultima stella il raggio langue

sul primo albor ch'è in oriente acceso.

Vede Tancredi in maggior copia il sangue

del suo nemico e se non tanto offeso,

ne gode e in superbisce. Oh nostra folle

mente ch'ogn'aura di fortuna estolle!

Misero, di che godi? Oh quanto mesti

siano i trionfi e infelice il vanto!

Gli occhi tuoi pagheran (s'in vita resti)

di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.

Così tacendo e rimirando, questi

sanguinosi guerrier cessaro alquanto.

Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,

perchè il suo nome l'un l'altro scoprisse:

- Nostra sventura è ben che qui s'impieghi

tanto valor, dove silenzio il copra.

Ma poi che sorte rea vien che ci nieghi

e lode e testimon degni de l'opra,

pregoti (se fra l'armi han loco i preghi)

che'l tuo nome e'l tuo stato a me tu scopra,

acciò ch'io sappia, o vinto o vincitore,

chi la mia morte o vittoria onore. -

Rispose la feroce: - Indarno chiedi

quel c'ho per uso di non far palese.

Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi

un di quei due che la gran torre accese. -

Arse di sdegno a quel parlar Tancredi

e: - In mal punto il dicesti; (indi riprese)

e'l tuo dir e'l tacer di par m'alletta,

barbaro discortese, a la vendetta.

Torna l'ira ne' cori e li trasporta,

benchè deboli, in guerra a fiera pugna!

Ù'l'arte in bando, ù'già la forza è morta,

ove, in vece, d'entrambi il furor pugna!

O che sanguigna e spaziosa porta

fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna

ne l'armi e ne le carni! e se la vita

non esce, sdegno tienla al petto unita.

Ma ecco omai l'ora fatal è giunta

che'l viver di Clorinda al suo fin deve.

Spinge egli il ferro nel bel sen di punta

che vi s'immerge e'l sangue avido beve;

e la veste che d'or vago trapunta

le mammelle stringea tenere e lieve,

l'empiè d'un caldo fiume. Ella già sente

morirsi, e'l piè le manca egro e languente.

Segue egli la vittoria, e la trafitta

vergine minacciando incalza e preme.

Ella, mentre cadea, la voce afflitta

movendo, disse le parole estreme:

parole ch'a lei novo spirto addita,

spirto di fè, di carità, di speme,

virtù che Dio le infonde, e se rubella

in vita fu, la vuole in morte ancella.

- Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona

tu ancora, al corpo no, che nulla pave,

a l'alma sì: deh! per lei prega, e dona

battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -

In queste voci languide risuona

un non so che di flebile e soave

ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,

e gli occhi a lagrimar invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen d'un monte

scaturia mormorando un picciol rio.

Egli v'accorse e l'elmo empiè nel fonte,

e tornò mesto al grande ufficio e pio.

Tremar sentì la man, mentre la fronte

non conosciuta ancor sciolse e scoprio.

La vide e la conobbe: e restò senza

e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse

tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,

e premendo il suo affanno a dar si volse

vita con l'acqua a chi col ferro uccise.

Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,

colei di gioia trasmutossi, e rise:

e in atto di morir lieta e vivace

dir parea: "S'apre il ciel: io vado in pace".