Son figliuola d'una fata

C. Ferrari

Ho la faccia vaga e bruna

Pari al giorno che morì,

Pari al raggio della Luna

Se un vapor lo scolori.

Ho le trecce nere nere

Come il frutto dell'allòr,

Le pupille dolci e austere

Come i vezzi dell'amor.

Son figliuola d'una Fata

Che nel foco soggiornò,

E d'un prence di Granata

Che di lei s'innamorò.

Fu mio cibo la rugiada,

Fur mia culla i più bei fior;

È la nebbia leve e rada

La mia vesta di splendor.

Passeggiai sull'onda cheta

D'infinito azzurro mar;

Me n'andai coll'aura lieta

La mia stella a salutar:

Quella stella che mi guarda

Con sorriso lusinghier,

La più candida che arda

Per i fulgidi sentier.

Nelle arene dei deserti

La mia orma si stampò:

Su per greppi orrendi ed erti

Nevi eterne ella caleò.

Un potere in cielo e in terra

Spirti ignoti mi donar;

Un poter di pace e guerra

Che può turbini sfidar.

Quando l'alba fa rosato

Il purissimo seren,

Di quel lume sì beato

Giubilante io volo in sen.

Poi discendo lo squallore

D'ombre cupe a interrogar,

Degli avelli nell'orrore

Meste larve a suscitar.

Vo cercando le verbène,

L'erbe sacre dei mister,

Le magie d'ascose pene,

I segreti del pensier.

Negli eventi del futuro

Leggo gioie, sdegni, duol;

Del passato il libro oscuro

So spiegare a cui lo vuol.

Dono filtri, dono avvisi

D'amistade a chiara fè;

Per gli oppressi, pei derisi

La giustizia serbo in me.

Serbo un core ardente, altero;

Un amore senza ugual;

Serbo un odio immenso e fiero,

E la punta d'un pugnal