Cieli, stelle, deitade, or chi distempra

B. Strozzi

Cieli, stelle, deitadi, or chi distempra

in colori l'aurora, onde di donna,

che cieli stelle e deità pareggia,

le glorie, il bello e i nobili sembianti

con canoro pennello,

con pennelli di penne io pinga e canti?

Vago crine, che ruine

porti all'alme, che più stami

di legami ordisc'ai cori,

sia poco al paragon de' suoi tesori.

Occhi vaghi, mai non paghi

Di ferire che zaffiri

Con bei giri d'alte tempre,

siansi piccioli cieli et ardan sempre.

Vago neo sulla sinistra

guancia poi si raffigura,

onde pose dopo fatto

volto candido et intatto

in un bello oltre misura

punto fermo la natura.

Delle labra e della bocca

che fan scorno agl'eritrei

dir vorrei,

ma chi dir può? Io non so

quai più sian belle in effetto,

o le perle ch'ha in bocca o quelle in petto.

Lusinghiere catene,

adorabili orgogli,

placidissimi sdegni, onesti sguardi,

soavissime fiamme e care morti

in ogn'atto riserba:

il tratto è maestoso

il passo è imperioso

che su troni di regni e in un d'ardori

può premer l'alme e calpestarre i cori.

Ma del senno e della destra

chi dirà lode che baste,

dotto l'un, l'altra in palestra,

carte verga e stringe l'aste.

Così può, così vale in pace e in guerra

una SOFIA per due Minerve in terra!

Ma dove spieghi il volo,

se d'aquila non sei, penna inesperta?

Serban sì con più vivi alti colori

più delle carte il suo ritratto i cori.